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Mateo Musacchio esce mortificato dal campo di Bergamo come tutto il Milan - ANSA

MILANO – Il Milan patisce in casa dell’Atalanta una delle sconfitte più brucianti della sua storia in serie A, come l’1-6 di San Siro contro la Juventus del 5 aprile 1997 o il 5-0 all’Olimpico con la Roma del 2 maggio 1998. I rossoneri, zero tiri in porta nell’abominevole prestazione di Bergamo, palesano un atteggiamento molle ed impacciato, un allenatore impotente ed una serie di calciatori improponibili in serie A e in un club come il Milan del quale ormai rimane solo il nome ed il blasone. Da Calabria a Musacchio, da Leao a Suso, sono personaggi che mai più dovrebbero indossare la storica casacca rossonera; Milan che ha incassato già 8 sconfitte in campionato ed è ormai fuori da qualsiasi discorso europeo, traguardo mai realmente alla portata di una squadra costruita a casaccio e senza un filo logico.

Fallimento

Una crisi senza fine, quella rossonera, una compagine illusa dalle pompose e comiche dichiarazioni estive di proprietà e dirigenza (quarto posto, vien da ridere solo a nominarlo), affidata dapprima allo spaurito e timoroso Giampaolo, quindi al più pratico ma pur sempre limitato Pioli che ha raddrizzato per quanto possibile la squadra, ma che per i miracoli non si è ancora attrezzato. Il naufragio milanista ha colpevoli ben precisi e facilmente individuabili, ovvero tutti, dal primo all’ultimo. Una proprietà assente, un amministratore delegato con idee utopistiche ed inattuabili, specialmente senza programmazione, una dirigenza improvvisata ed inerme di fronte al più grande tracollo nella storia del Milan, peggiore anche della caduta in serie B poichè accompagnato da proclami arroganti e spocchiosi.

Inconsapevolezza

Eppure, nonostante il disastro e nonostante l’evidenza di un fallimento su tutta linea, al Milan in pochi sembrano rendersi conto della situazione. Il club (dalla società all’allenatore) analizza le partite come se avessero una chissà quale importanza, continua a coniugare i verbi al futuro («risaliremo», «torneremo grandi», «miglioreremo», «vinceremo»), continua a parlare di normali difficoltà, senza capire minimamente che il progetto (ammesso che ci fosse) è morto e sepolto, e che l’idea di costruire (peraltro male) un organico di soli giovani sta portando al collasso totale, con il nome del Milan umiliato e vilipeso ovunque. Le prospettive sono terrificanti, ma a Milanello fanno tutti spallucce, pensano alla prossima partita, come se Milan-Sampdoria del 6 gennaio rappresentasse chissà che obiettivo, come se avessero una pur vaga importanza i progressi visti a Bologna o a Parma.

Colpevoli

Già, perchè alla Befana San Siro sarà forse pieno, magari ci sarà una timida contestazione (come accaduto ad esempio in trasferta a Genova contro il Genoa lo scorso 5 ottobre), forse ci saranno fischi, ma anche i tifosi guardano le partite dimenticando il passato. E allora se il Milan batterà la Sampdoria, W il Milan, W Pioli e W chi segnerà i gol vittoria! Un Milan inguardabile, imbarazzante, creato in maniera pessima e gestito forse peggio, lontano anni luce dalle zone europee della classifica, senza alcuna prospettiva per un futuro sempre più nebuloso e con responsabili ben definiti che però si getteranno rapidamente alle spalle l’obbrobrio di Bergamo come se niente fosse. La maglia e la storia del Milan non meritano questo, ma anche tutti coloro che continuano a dire «sosteniamo il Milan sempre e comunque», a prescindere e senza rabbia verso i personaggi che amministrano la società sono, seppur in minor parte, complici dello stesso scempio. Questo Milan non merita chi lo ama.

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