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Analisi

Silenzio, (non) parla Gazidis

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MILANO – Tanto tuonò che piovve? No, al Milan tuoni e fulmini sono ormai all’ordine del giorno, fra una proprietà assente, un amministratore delegato incontrastabile ed una dirigenza delegittimata e messa nelle condizioni di andar via. Gli attriti fra Boban e Maldini, responsabili dell’area tecnica, e Ivan Gazidis proseguivano da tempo e sono scoppiati dopo una doppia intervista alla Gazzetta dello Sport, prima quella del manager sudafricano che assicurava unità di intenti nell’intero club, poi quella di Boban che sconfessava tali affermazioni, ammettendo quello che tutti in realtà sapevano già, ovvero che Gazidis decide e i sottoposti eseguono, pena l’allontanamento.

Lavoro

L’amministratore delegato milanista è a tutti gli effetti il presidente esecutivo della società, il deus ex machina, un plenipotenziario che non lascia spazio a proposte o decisioni altrui, andando addirittura a parlare (accordandosi, peraltro) con un nuovo allenatore (Rangnick), scavalcando a pie pari i responsabili dell’area tecnica ed irritandosi se poi i responsabili stessi si risentono per una delegittimazione che ne lede, oltre che il ruolo, anche la credibilità e la faccia. Ma, del resto, si è ormai capito che Gazidis ragiona e lavora così: io sono il capo e decido tutto, se non vi sta bene quella è la porta, senza spazio ai contraddittori, senza poi spiegare disposizioni che lasciano l’intero ambiente quantomeno perplesso.

Incongruenze

La missione del fondo Elliott (e quindi anche di Gazidis) sarebbe in teoria quella di riportare il Milan ad alti livelli, almeno in Italia. Peccato, però, che finora il programma americano sia naufragato su tutta la linea, tra un progetto giovani miseramente fallito ed un lavoro di ricerca di sponsor che sarebbe il reale mestiere di Gazidis che, però, ad oggi non ha portato lo straccio di una risorsa economica, anzi, sta rischiando pure di far perdere al Milan l’unica fonte di ricavo consistente, il gruppo Emirates con cui il rinnovo del contratto è in alto mare. Strano e curioso, però, che l’operato del manager sudafricano sia l’unico fuori dalla lente di ingrandimento della proprietà, evidentemente cieca e sorda, o magari (chissà) soddisfatta del suo lavoro.

Inconsistenza

Sarebbe interessante conoscere il pensiero della famiglia Singer, addirittura più silenziosa di Gazidis che in 15 mesi di Milan non ha detto una parola in italiano, non ha specificato nulla del suo lavoro, non ha risposto a neanche una delle molteplici critiche che gli sono piovute sulla testa finora, limitandosi ad asettiche interviste su carta stampata nelle quali (rigorosamente in inglese) ha ribadito che l’idea è quella di riportare il Milan in alto e che la sua sofferenza dopo le sconfitte dei rossoneri è pari a quella dei tifosi. Ha sino ad ora parlato del nulla, questo plenipotenziario del Milan che tutto travolge e tutto asfalta senza aver la minima cognizione su come cambiare una rotta che sta distruggendo un club glorioso e con milioni di appassionati al seguito.

Futuro

Cosa ci sia nel domani del Milan è purtroppo anche facile da prevedere: la stagione in corso terminerà con un nulla di fatto, forse con un sesto o settimo posto che vale la qualificazione ad una coppa che non interessa a nessuno in società perché di milioni ne porta pochi; per l’anno prossimo, poi, l’irreprensibile amministratore delegato ha già in cottura un nuovo assetto con Ralf Rangnick allenatore e forse anche direttore sportivo, coadiuvato dal fido Almstadt che avrà il ruolo che fu di Maldini e Boban senza però sognarsi di interferire col grande capo sudafricano che, a prescindere da cosa succeda o succederà, schiaccia il piede sull’acceleratore tirando dritto senza curarsi di ostacoli o curve. Un giorno, neanche tanto lontano, davanti a quella strada ci sarà un muro che segnerà la fine estrema del Milan, destinato ad affondare nonostante le grida d’aiuto del suo popolo, l’unico a rendersi conto di una situazione ormai alla deriva.

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