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Analisi

Milan: Leao, l’emblema di un progetto

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MILANO – Il Milan è fuori dalla Coppa Italia e dovrà conquistarsi l’Europa dandosi da fare in campionato. Una situazione ampiamente preventivabile anche alla vigilia della sfida con la Juventus, sia per i valori in campo, sia per il risultato dell’andata, nonché per la formazione rabberciata che Stefano Pioli è stato costretto a mandare in campo allo Juventus Stadium. La scellerata espulsione di Rebic, poi, ha definitivamente compromesso la qualificazione alla finale per i rossoneri che in 90 minuti non sono stati in grado di confezionare uno straccio di occasione da gol, salvo per il pericoloso colpo di testa di Kjaer ad un quarto d’ora dalla fine.

Difficoltà

Troppo poco per impensierire la Juventus, troppo poco per pensare di raggiungere una finale che avrebbe potuto dare maggior lustro ad un’altra stagione condita da mediocrità e mestizia per la compagine milanista. La squadra di Pioli, del resto, rimasta senza centravanti per le concomitanti assenze di Ibrahimovic e Rebic, si è vista privata di una qualsiasi bocca da fuoco in attacco, con Bonaventura e Calhanoglu che hanno fatto appena il solletico a Buffon e compagni. E così l’allenatore rossonero è stato obbligato a mandare in campo pure Rafael Leao, unica punta a disposizione in panchina e che, almeno in teoria, sarebbe potuto risultare pericoloso nel tentativo di sbloccare la situazione dallo 0-0.

Delusione

In teoria, appunto, perché l’ingresso del portoghese è stato una manna dal cielo per la Juventus, che ha giocato quasi tutto il secondo tempo in 11 contro 9 dal momento che Leao altro non ha fatto che trotterellare per il campo senza meta, accennare un timido pressing mai andato a buon fine ed esibirsi in fumosi colpi di tacco che la difesa bianconera ha bloccato con sicurezza e senza preoccupazione alcuna. Un acquisto, quello della punta lusitana, che rispecchia alla perfezione il fallimentare progetto di Elliott e Gazidis: calciatori inesperti, svogliati, le cui qualità tecniche non vengono esaltate e supportate da leader (e da allenatori) che insegnino loro cosa significhi giocare veramente a calcio.

Futuro

E per la stagione prossima le premesse sono tutt’altro che incoraggianti poiché Gazidis (ancora lui) si circonderà di uomini (dirigenti ed allenatore) pronti a sposare un programma con altissime probabilità di insuccesso, in una piazza sul piede di guerra e con tifosi ormai amareggiati e in pieno contrasto con l’amministratore delegato sudafricano. La famiglia Singer e lo stesso Gazidis appoggeranno in toto le richieste di Ralf Rangnick, ma l’impressione è che se la filosofia milanista avrà ancora le pericolanti basi dei vari Leao e Paquetà (tanto per citare i più celebri), la musica continuerà ad essere soltanto un triste e stonato lamento di dolore.

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