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Analisi

Ibrahimovic-Gazidis: confronto impietoso

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Milan, ovazione per il ritorno a San Siro di Ibrahimovic

MILANO – La provocazione è troppo ghiotta per non essere lanciata: ma se il prossimo allenatore del Milan fosse Zlatan Ibrahimovic, magari inizialmente in duo proprio con Stefano Pioli? Poco più di un’assurdità, certo, ma onestamente dopo aver assistito al piglio, al carisma, al carattere, all’empatia fra il fuoriclasse svedese e il resto della squadra rossonera nella gara di sabato sera contro la Lazio, vien da pensare che forse più che imbattersi nel rischio di un enorme punto interrogativo come Ralf Rangnick (peraltro accolto malissimo dal popolo rossonero), varrebbe forse la pena lasciare Ibrahimovic a far da condottiero in un gruppo che si è attaccato al centravanti come un magnete sulla sua calamita.

Evidenza

L’impatto del calciatore sul giovane e timido Milan è stato devastante e nella gara dello stadio Olimpico i 45 minuti disputati dallo svedese sono stati di notevole rilevanza, così come nel secondo tempo si è capito che Ibrahimovic è ormai una sorta di vice Pioli come dimostrano gli scambi di opinione, le indicazioni e le urla dei due in panchina al resto della squadra. Il Milan senza il suo totem è una formazione impacciata, impaurita, quasi rassegnata al suo destino senza tirar fuori più di tanto la testa; il Milan con Ibrahimovic, invece, è tutt’altra cosa: gente come Saelemaekers, Paquetà, Conti, per non parlare di Rebic, appare improvvisamente grintosa, intraprendente, tranquilla di poter ottenere molto più di quanto l’opinione generale non creda.

Paradossi

La stranezza, però, è che Zlatan Ibrahimovic è con un piede fuori da Milanello nonostante tutto ciò. Lo svedese non sembra far parte del nuovo corso voluto da Gazidis e che sarà portato avanti da Rangnick, uno che è convinto che il calcio sia dei giovani e che una partita si vinca solo con corsa, dinamismo e sacrificio. Eppure, questo Ibrahimovic appare indispensabile in un Milan ancora più giovane, ancora più esposto a peccati di inesperienza che inevitabilmente ci saranno, un gruppo che avrebbe bisogno delle larghissime spalle dello scandinavo a cui aggrapparsi nei momenti più difficili. Il calcio sarà pure dei giovani come afferma Rangnick, ma senza guide e maturità il rischio è che pure i talenti più puri si perdano per strada.

Speranze vane

Difficile che Gazidis si convinca a cambiare idea, difficile anche che lo stesso Ibrahimovic voglia ascoltare le proposte dell’amministratore delegato milanista, senza contare che nel progetto tecnico tattico di Rangnick lo svedese non sembra essere un perno centrale e questo potrebbe essere determinante nella scelta dell’attaccante di non prolungare il suo contratto coi rossoneri a fine agosto. Sarebbe opportuno riflettere, invece, prendere in considerazione la classica eccezione ad una regola che appare scritta, incomprensibile per tutti fuorché per quel Gazidis che è convinto di affidare le chiavi del Milan a quella gioventù che nel mondo del calcio paga a fasi alterne, col pericolo che in ambienti e piazze come Milano venga fatta a pezzi dal solo blasone di un club che del pallone ha fatto la storia, un ambiente che Zlatan Ibrahimovic doma e gestisce come un maestro.

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