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Analisi

Milan: la bravura di Pioli è anche tattica

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MILANO – Stefano Pioli ha di fatto trasformato il Milan in un anno, portandolo ad essere da un’opaca e sbiadita comparsa della serie A ad una capolista da record, una squadra che non perde in campionato da marzo e che, nell’epoca dei tre punti a vittoria (ovvero dalla stagione 1994-95), è quella ad esser partita meglio con 37 punti in 15 giornate. Certo, il ritorno di Zlatan Ibrahimovic lo scorso gennaio ha messo la strada in discesa e lo stesso Pioli ha ammesso di essere migliorato grazie alla presenza e al carisma del fuoriclasse svedese, ma i meriti e le capacità del tecnico sono comunque molteplici e non soltanto dal punto di vista psicologico e mentale.

Trovata tattica

L’allenatore milanista ha certamente avuto il pregio di unire e compattare un gruppo sfilacciato e quasi depresso, al punto da esaltare pure la proprietà che già aveva deciso di metterlo alla porta per far posto a Rangnick. Ma Pioli ha messo sul piatto anche tanta sapienza tattica, perché lo scorso gennaio ha osservato i suoi calciatori, ha riflettuto, ha studiato ed ha poi trovato la svolta che ha cambiato il Milan, ovvero il passaggio al 4-2-3-1 che ha esaltato le qualità fisiche e temperamentali di Kessie, quelle tecniche di Bennacer (formando una coppia di mediani quasi perfetta), nonché le doti da rifinitore di Calhanoglu e quelle da idonea spalla di Ibrahimovic di Ante Rebic, sino a quel punto oggetto misterioso.

Cambiamento

E il Milan, grazie al cambio di scacchiere tattico, ha iniziato a macinare gioco, punti e vittorie, appoggiandosi a Ibrahimovic che ha indicato la via, spiegato come fare, ma che è stato poi anche assistito e seguito dai compagni, bravissimi a capire in fretta come poter camminare anche con le proprie gambe. Il modulo scelto da Pioli è stata la scintilla tattica che ha permesso ai rossoneri di innestare la loro marcia inarrestabile, frutto del lavoro di un tecnico semplice ma bravo, che non definiscono maestro o professore, che nelle interviste parla chiaro senza arzigogoli linguistici e senza dire “il mio calcio“. Pioli fa l’allenatore e non si dà arie, merce ormai troppo rara nel calcio moderno dei fenomeni da telecamera.

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